


Wall-E è un film delizioso, una favola incantevole capace di tenere incollati alla poltrona per un’ora e mezzo. C’è qualcosa di semplice e leggero nel personaggio protagonista; qualcosa che si avvicina molto alla poesia.
Una terra futuribile post-catastrofe è avvolta da miasmi tossici e tonnellate di rifiuti di una civiltà che fu. Solo un piccolo robot, sopravvissuto, passa la giornata ad ammucchiare enormi piloni di cose. Sottile la satira della società consumista: l’esaltazione del superfluo passa attraverso i gesti silenziosi di questo robottino essenziale.
Grattacieli di rifiuti industriali occupano lo spazio con la loro inutilità: ma Wall E sa trovare il necessario nel superfluo. Il piacere anti-stress di far scoppiare i cuscinetti di cellophane; vecchie videocassette che, in barba al dvd, recuperano le danze intramontabili di un musical anni ’60. La sorpresa post-moderna del fuoco, mostrato a Eve con l’orgoglio inconsapevole della scoperta.
Già, chi è Eve? Perché Wall-E è anche una dolce storia d’amore che parte da un assunto semplice quanto vero: non c’è necessariamente bisogno di un cuore per innamorarsi.
Wall-E è romantico ed eroico, fragile come la piantina con cui salverà i terrestri ormai extra in un pianeta di rifiuti.
Cosa c’è di più bello di dare attenzione? Amare con tutti i propri transistor una robottina dal nome genetico (nel senso di Genesi). Ripetere come un mantra il suo nome e soltanto quello. Catturare l’essenza di un sentimento.
E difenderlo con tutto se stesso.
Fino alla morte, se necessario. O alla salvezza del mondo.
Andate e vedere Wall-E. Un semplice capolavoro, impreziosito da una sigla finale meravigliosa che varrebbe da sola come splendido cortometraggio.
Quando sarà disponibile il Service Pack?